La festa dei matti
«Il racconto di chi ha colto il contrasto insanabile che oppone da sempre scrittura e vita, parola e impulso. Coinvolgente e istruttivo.»
―Barbara Pezzopane, STORIE ALL WRITE
Mario Delnudo è un po’ artista e un po’ folle, ma c’è forse differenza? Napoletano, Mario cambia spesso dimora e lavoro, in un’irrequieta ricerca del piacere e dell’ispirazione – che spesso coincidono – tradendo tutti a eccezione della letteratura. Fa il guardiano notturno, poi apre uno studio di fotografia; quindi, si imbarca su un mercantile, dopo di che finisce in un vecchio convento adibito a manicomio – in un’epoca in cui i manicomi dovrebbero essere ormai chiusi – e infine ritrova l’imperfetto equilibrio con se stesso, o più precisamente con la propria sessualità. Il suo è un viaggio di formazione decostruito, che potrebbe sembrare di involuzione, poiché conduce alla follia, ma proprio questa è in grado di aprirgli gli occhi su stereotipi tanto radicati nella cultura moderna quanto superati. Attraverso l’apparente approccio maschilista e utilitarista di Mario nei confronti delle sue amanti, infatti, l’autore dà vita a un romanzo irriverente e provocatorio, e ribalta i tradizionali modelli patriarcali: il latin lover è in realtà un uomo incompleto, acerbo, mentre le donne di questa storia, indipendentemente dalla loro età e dalla loro professione (troviamo ballerine, madri single, postine, marinaie, suore, prostitute e imprenditrici), mostrano una maturità, una forza e una consapevolezza di sé che lui può solo ammirare.
Le peripezie di Mario, antieroe per eccellenza, si mescolano a temi che dissezionano il panorama sociale e culturale italiano degli ultimi decenni, attraverso una serie di sottotrame che strizzano l’occhio al giallo e al romanzo d’azione, in cui uno psichiatra-editore si tramuta in novello James Bond e la diversità viene finalmente normalizzata: la corruzione ecclesiastica e politica; la malattia mentale; il diritto d’autore; la commercializzazione dell’arte. Sottotrame che permettono a Mario di guidare il lettore per mano fino all’epilogo sorprendente: il ritorno nel punto esatto in cui la sua storia è incominciata.
L’umorismo tagliente e la sperimentazione narrativa che alterna narratore interno ed esterno, sono la riconferma di un romanzo che è tutto fuorché convenzionale.
Un romanzo irriverente e sperimentale che esplora il viaggio di un uomo verso la propria sessualità e maturità emotiva, ricordando la vivacità corale, il multistrato narrativo e l’intreccio di personaggi eccentrici di Armistead Maupin; e la profondità psicologica di Alan Hollinghurst, con un umorismo tagliente e una decostruzione dei tradizionali ruoli maschili. Ma ricorda anche David Leavitt – The Lost Language of Cranes, per come tratta l’equilibrio tra dramma personale e dimensione universale.
