Ninù
«Una di quelle storie che forse non sarebbe mai accaduta se qualcuno non l’avesse raccontata.»
―Sandro Bonvissuto
Napoli è la metropoli degli incontrollabili e dei disperati, dei ribelli e degli afflitti. È la città dell’orgoglio di chi resta, e della codardia di chi parte. Ma anche chi parte, chi sembra abbandonarla, lo fa perché la ama troppo.
Ninù è nato e cresciuto nel Real Albergo dei Poveri, il Serraglio. Dietro quelle mura, quando era poco più di un bambino, ha subito abusi e maltrattamenti che lo hanno segnato per il resto della sua vita. Ancora oggi, lungo i vicoli del centro antico, Ninù passa da un alloggio all’altro senza sapere dove andare, perseguitato da un senso di smarrimento e ossessionato dall’ereditarietà della colpa. Nel suo vagabondare, si circonda di esclusi, di emarginati, si lascia coinvolgere in attività ai limiti dell’illegalità, fino a quando gli viene offerta una salvezza.
Sullo sfondo, una Napoli inedita, notturna, sfarinata, testimone di un perdono che arriva all’improvviso, come un’epifania, una presa di coscienza dei propri sbagli. Dietro la storia di un uomo e della sua disgraziata esistenza, si cela quella più antica di un popolo di oppressi, di dimenticati, tutti privati simbolicamente di qualcosa, i denti, una gamba, la voce… devoti ai santi e ai numeri, alla provvidenza e alla speranza. Personaggi mostruosi, forse perché troppo umani. In un continuo scambio tra l’infanzia e l’età adulta, tra memoria e presente, Ninù si fa interprete del nostro bisogno disperato di amare e di essere amati.
Un romanzo che ricorda Montedidio di Erri De Luca, con una Napoli intimista e psicologica. Ricorda anche l’ereditarietà della colpa ne La ferocia di Nicola Lagioia, ma con una componente mistica e pietosa più marcata. Un romanzo che dialoga con la Napoli notturna di Domenico Rea, soprattutto Ninfa plebea, raccontando la colpa e il perdono attraverso una voce errante e profondamente umana: in ogni pagina, un corpo a corpo. E fa pensare infine a Lacci di Domenico Starnone: la memoria come ferita che non si rimargina; il senso di colpa che attraversa tutta la vita; una Napoli come presenza morale, anche quando non è in scena.
